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Interviste

Luca Rigoldi: Ho scelto di smettere da numero uno

Luca Rigoldi: Ho scelto di smettere da numero uno
  • PublishedDicembre 16, 2025

Campione europeo, pugile di razza e oggi dirigente federale, Luca Rigoldi è una di quelle voci che nel pugilato italiano contano perché parlano per esperienza vissuta. In questa intervista ripercorriamo il suo viaggio: dal ring alle scelte più difficili, dal ritiro nel momento più alto della carriera all’impegno quotidiano per dare un futuro migliore agli atleti di oggi e di domani.

1. Come è nato il tuo incontro con la boxe? Cosa ti ha spinto a scegliere i guantoni invece del calcio che praticavi da ragazzo?

Ho iniziato con la boxe non troppo presto, all’età di circa 15 anni. Ero sempre stato molto concentrato in ciò che facevo, provenendo anche da un altro sport, e mi è sempre piaciuto fare le cose fatte bene. A quell’età i ragazzi hanno spesso priorità diverse, mentre io volevo concentrarmi sul fare bene lo sport. Per questo sono passato da uno sport di squadra a uno sport individuale. Ho iniziato perché nel 2008, alle Olimpiadi, ci sono stati grandissimi campioni che hanno portato a casa grandi risultati e mi sono appassionato a questo sport.

2. Chi sono state le figure chiave (allenatori, famiglia, amici) che ti hanno formato all’inizio e quale insegnamento porti ancora con te oggi?

Le figure chiave sono state sicuramente i miei insegnanti all’inizio della carriera, e i tanti ragazzi che hanno condiviso con me l’esperienza sportiva. C’è chi è riuscito, come me, a trasformare un sogno in realtà, e chi invece si è fermato ma ha continuato a seguirmi. Sicuramente, nel mio percorso agonistico, le cose sono cambiate quando ho incontrato il Maestro Freo, che è stato una guida importantissima sia dal punto di vista formativo che sportivo.

3. Quali sono state le principali differenze che hai vissuto nel passaggio dal dilettantismo al professionismo?

Le differenze principali, al di là del numero di riprese, hanno riguardato anche la difficoltà di organizzare gli incontri, di trovare avversari e di riuscire a trasformare lo sport in una realtà che mi permettesse anche di vivere dignitosamente. Questo considerando l’impegno quotidiano, l’investimento di tempo e di energie, e la comprensione delle dinamiche indispensabili per riuscire ad emergere.

4. Tra i titoli conquistati (nazionali ed europei), quale consideri il più importante e perché?

Il mio titolo più importante è stato l’Europeo in Francia. È stata una vittoria sicuramente contro ogni pronostico, che mi ha fatto entrare nel panorama internazionale che conta e che, anche qui in Italia, ha saputo generare un maggiore valore e riconoscimento nei miei confronti.

5. Qual è stata la sconfitta più dura o il momento di maggiore difficoltà sul ring, e cosa ti ha insegnato?

Credo che le sconfitte non siano solo quelle sportive; possiamo parlare di tante sconfitte personali e morali che uno sportivo, ma soprattutto un uomo, si ritrova a vivere durante il suo cammino. Sicuramente, alcune ingiustizie e alcuni “dispetti” mi hanno fatto crescere molto e capire meglio come funziona il mondo.

6. C’è stato un momento che hai detto “Basta” prima del tuo ritiro ufficiale? Cosa ti ha convinto a continuare nei momenti di crisi?

Ho trovato tante difficoltà nel mio percorso, tanti ostacoli che sembravano insuperabili. Tuttavia, ho sempre creduto che con l’impegno, la disciplina e la capacità di intuizione sarei riuscito a trovare la chiave vincente per uscire dai momenti più complessi. La mia decisione di smettere è stata maturata negli anni, proprio come negli anni ho sempre pensato di non smettere finché non avessi raggiunto il punto più alto. Un punto che, se da un lato mi avrebbe permesso di monetizzare di più, dall’altro, visto il contesto sportivo italiano, mi avrebbe poi piano piano portato al declino.

7. A 31 anni hai deciso di ritirarti, molto giovane rispetto a tanti pugili che prolungano la carriera fino ai 40: è stata più una scelta fisica, mentale o valoriale?

La mia è stata una scelta temporale. Penso che oggi, a 32 anni, posso permettermi di sbagliare molto di più di chi ha qualche anno di esperienza in più di me. Nel frattempo, posso acquisire molta esperienza e dedicarmi a tante cose che in futuro mi possono portare gratificazione. Solitamente, sono proiettato con la mente avanti di una decina d’anni e, a 41 anni, non mi vedevo più sul ring. Era giusto iniziare una nuova avventura, una nuova vita. È l’entusiasmo che fa muovere le cose, e dovevo continuare a tenerlo vivo iniziando nuovi percorsi.

8. Quando hai preso la decisione, cosa hai provato emotivamente? È stato un sollievo, un dolore, un atto di coraggio?

La mia è stata una decisione maturata nel tempo e profondamente sentita. Ho scelto di smettere in un momento importante della mia carriera, ero di nuovo numero uno in Europa e quasi nella top ten mondiale. Ci vuole più coraggio a non scendere a compromessi e a decidere di investire nuovamente in altre cose, investendo in qualcosa che non conosci quando tutti i giorni sei riconosciuto come campione.

9. Ti capita mai di pensare “potevo dare ancora”? Come gestisci oggi il bilanciamento tra serenità e nostalgia del ring?

Sì, mi sento ancora di dare il mio contributo. Oggi mi ritrovo ad essere anche un dirigente e sto cercando di aiutare diverse persone in maniera molto silenziosa e umile. Partecipo attivamente e cerco di essere molto coerente con me stesso e con il mio animo nel momento in cui devo fare scelte e prendere decisioni. Sono molto sereno, non vivo di passato, né di rimpianti. Investo, faccio l’imprenditore e cerco di essere un buon dirigente.

10. Subito dopo il ritiro sei entrato in Federazione come rappresentante degli atleti: com’è nata questa opportunità?

Sì. Oltre ad essere all’interno della Commissione Nazionale Professionistica, settore in cui penso di poter portare un buon contributo sempre in funzione degli interessi dell’atleta, ricopro anche il ruolo di Vice Coordinatore della Commissione Atleti. Questa commissione, attiva assieme ad altri atleti e consiglieri, si impegna per creare entusiasmo, diffusione e risolvere i problemi dei pugili italiani. Negli anni, penso che gli atleti si siano occupati poco delle questioni federali, vedendo la politica come un sistema lontano da loro e considerandosi spesso delle pedine disinteressate. Oggi, in maniera silenziosa, cerco di capire e riportare la voce degli atleti nelle decisioni federali. Ribadisco ogni volta che, se qualche atleta ha necessità o problemi, può contattarci tranquillamente.

11. Quali sono le tue priorità e i progetti che vorresti portare avanti per migliorare la vita dei pugili?

Oggi mi sto occupando principalmente del Team Ambassador. Stiamo portando avanti una formazione che è iniziata a maggio. L’idea è quella di dare nuova identità agli atleti che hanno già vissuto l’attività agonistica di alto livello, qualificandoli e offrendo loro nuove opportunità. Abbiamo un patrimonio umano che non deve assolutamente essere disperso. L’obiettivo di questo progetto è anche quello di riuscire a creare una serie di opportunità economiche per l’intero movimento pugilistico: per la federazione, per le società, per i tecnici e per gli atleti. A dicembre concludiamo un percorso importante e inizierà sicuramente il momento di raccogliere i frutti.

12. Com’è cambiata la tua quotidianità passando dagli allenamenti e dai match al lavoro “da scrivania”?

Ho sempre investito in quello che sarebbe stato il mio futuro. Gran parte degli eventi in cui ho combattuto, mi hanno visto anche all’interno dell’organizzazione. Ho sempre lavorato in passato per migliorarmi, seguendo percorsi che mi hanno portato ad acquisire abilitazioni come consulente aziendale, coach e team leader. L’ho fatto per curiosità personale. La mia vita non è cambiata molto, sicuramente oggi mi dedico molto di più agli aspetti organizzativi, a quelli imprenditoriali e al mio ruolo di dirigente, ma non trascuro mai il fisico perché lo ritengo fondamentale. Generalmente, mi reco molto presto al mattino in palestra per tenermi in forma.

14. Hai parlato spesso anche dell’impegno sociale e del volontariato: quali progetti vorresti sviluppare ora che sei fuori dalle competizioni?

Abbiamo molti progetti sociali in campo, sia a livello personale che come attività che stiamo portando avanti con la Federazione. Penso che i temi principali su cui lavorare siano il bullismo e le violenze in generale. Credo molto che la boxe possa aiutare il mondo a migliorarsi.

15. Guardando al futuro, ti vedi più dirigente sportivo, allenatore, formatore, o impegnato soprattutto nella dimensione comunitaria e valoriale?

Non mi vedo “incastrato” in un solo ruolo, faccio quello che ritengo più corretto in ogni momento. Sicuramente, questa esperienza da consigliere mi sta facendo comprendere dinamiche che prima erano molto lontane. Probabilmente continuerò a fare impresa e a lavorare per i ragazzi, in un mondo che spesso afferma di volerli aiutare ma che in realtà fa poco per attuare concreti programmi di supporto.

16. C’è qualcosa o una scelta che non rifaresti della tua carriera?

Probabilmente rifarei tutto. Anzi, forse, se tornassi indietro con l’esperienza di oggi, farei tutto il contrario di quanto fatto solo per vedere cosa sarebbe successo! Credo di avere una buona capacità di lettura, di essere riflessivo e attento, e di cercare di fare i passi lunghi quanto la gamba me lo permette. Ritengo di aver fatto poche scelte sbagliate, e anche quel che ho sbagliato mi è servito per arrivare dove sono. Forse sarebbe stato opportuno sbagliare di più per arrivare ancora più in alto.

Detto questo, credo che in Federazione dovrò prestare molta attenzione ad alcune questioni. È in atto un cambiamento importante nello sport in generale: intuire quali passaggi saranno fondamentali per riposizionarci è doveroso. Ci penso tutti i giorni, per la boxe e per lo sport in generale, che credo sia oggi uno dei sistemi educativi e di apprendimento più importanti messi a disposizione dalla società.

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Redazione

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