x
Pugilato Italiano

Pugilato Italiano: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”

Pugilato Italiano: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”
  • PublishedGennaio 6, 2026

E poi arrivano le elezioni federali. Questa volta hanno votato tutti, o quasi. Si è parlato di cambiamento, di trasparenza, di futuro diverso. La partecipazione c’è stata, l’entusiasmo anche. Finalmente sembrava che il movimento pugilistico si fosse risvegliato.

Il risultato? Due voti di scarto. Due. In un’elezione dove hanno votato quasi tutti, il margine è stato così sottile da rendere evidente una verità scomoda: il movimento è spaccato a metà. Non c’è un mandato chiaro, non c’è una maggioranza schiacciante. C’è solo un movimento diviso, dove metà ha scelto una strada e l’altra metà quella opposta.

E qui si apre il bivio che definisce una leadership. Davanti a un popolo diviso, davanti a una vittoria così risicata, ci sono due strade possibili. La prima è quella della determinazione: governare secondo il proprio programma, procedere con la propria visione. La seconda strada è più complessa: sedersi attorno a un tavolo con chi ha perso. Capire che due voti di scarto non sono un invito a governare da soli, ma una responsabilità a costruire ponti. Fare il pastore che riconduce tutto il gregge all’ovile, non solo le pecore che lo hanno scelto.

Questa seconda strada richiede sacrifici da entrambe le parti. Richiede al vincitore di ascoltare anche chi lo ha avversato, di modificare alcune idee per trovare terreni comuni. Senza superbia. Richiede agli sconfitti di accettare l’invito al dialogo, mettendo da parte la delusione. Senza vendetta. È una strada che rende impopolari con tutti.

Quale strada è stata scelta? A giudicare dalla discordia attuale, sembra che il tavolo comune non sia mai stato apparecchiato. Poco più di un anno dopo le elezioni, eccoci qui: di nuovo divisi, in disaccordo, a criticare le stesse dinamiche di sempre.

Il movimento che aveva votato compatto si ritrova frammentato. Chi ha perso per due voti si sente ignorato, escluso, non rappresentato. Chi ha vinto per due voti procede dritto. E in mezzo c’è il pugilato che soffre, perché una casa divisa non può reggere a lungo.

Si ignora il messaggio che quella partecipazione mandava: questo movimento è spaccato e ha bisogno di essere ricucito, non di nuove fratture. Si parla di unità nei discorsi ufficiali, ma le decisioni vengono prese senza coinvolgere chi rappresenta l’altra metà del movimento.

La verità è che il pugilato non è malato nonostante noi. È malato perché siamo parte del problema. Le società che eleggono poi si dividono nelle recriminazioni, dicendo che la democrazia non basta se non otteniamo esattamente ciò che vogliamo.

Non esistono vittime innocenti in questo sistema. Esistono solo persone intrappolate in contraddizioni che alimentano loro stesse. E prima di puntare il dito contro la federazione, contro i promotori, contro chi ha vinto le elezioni, dovremmo guardare le nostre mani: sono pulite davvero? Abbiamo fatto tutto il possibile per sostenere il cambiamento che dicevamo di volere?

Cambiare è difficile. Ma unire è ancora più difficile. Richiede umiltà, capacità di ascolto, disponibilità a mettere da parte l’ego per il bene comune. Richiede che chi ha vinto abbia il coraggio di coinvolgere chi ha perso. Richiede che chi ha perso accetti di sedersi al tavolo, mettendo da parte il rancore.

Ma soprattutto richiede coerenza da parte di tutti. Chi ha vinto deve governare per tutti, non solo per la propria metà. Chi ha perso deve essere disponibile al dialogo, non trincerarsi nell’opposizione per principio. E chi ha votato deve capire che un’elezione così combattuta non può produrre rivoluzioni, ma solo lenti passi verso la riconciliazione. Ad oggi inesistente.

Il problema è che la riconciliazione non fa rumore. Non produce titoli, non genera entusiasmo immediato. È un lavoro lento, faticoso, spesso invisibile. E fare il pastore che riporta il gregge all’ovile è un compito ingrato. Verrai criticato da chi voleva decisioni più forti, e da chi le contesta comunque.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Ma nel pugilato di oggi, quella pietra resta a terra. Non perché siamo cattivi, ma perché siamo tutti parte di un sistema complesso dove è difficile individuare un unico colpevole.

È difficile per chi governa con due voti di scarto. Ogni decisione viene scrutinata, ogni passo interpretato. Ascoltare troppo gli sconfitti delude chi ha vinto. Procedere spediti aliena chi ha perso di poco.

È difficile per chi ha perso per due voti accettare che il proprio progetto sia stato scartato per così poco. La tentazione di fare opposizione è forte, comprensibile, umana. Ma quando il margine è così sottile, l’opposizione rischia di trasformarsi in paralisi.

Il pugilato che abbiamo è il pugilato che ci siamo costruiti collettivamente. Con due voti di scarto che pesano come un macigno. Con aspettative altissime che si scontrano con una realtà testarda.

Non serve un salvatore. Serve che ognuno riconosca la complessità della situazione. Serve che chi governa con un margine di due voti capisca la responsabilità immensa di questo ruolo. Serve il coraggio di tentare il dialogo sapendo che sarà imperfetto, che deluderà qualcuno, che non accontenterà mai tutti.

Serve un’opposizione che capisca che due voti di scarto significano che il movimento è spaccato. Che accetti di dialogare quando possibile, pur mantenendo la propria identità. Che capisca che fare opposizione costruttiva non è tradire chi li ha votati, ma servire il movimento.

E serve una comunità, noi tutti, che accetti la complessità. Che non pretenda miracoli da chi governa con due voti di scarto. Che capisca che dopo elezioni così equilibrate, il progresso sarà lento, faticoso, pieno di compromessi imperfetti.

La prima pietra può attendere. Prima dobbiamo accettare che in questa situazione nessuno ha ragione al cento per cento, e nessuno ha torto completamente. Chi ha vinto aveva un progetto che metà movimento ha appoggiato. Chi ha perso aveva un progetto che l’altra metà ha sostenuto. Nessuno dei due ha il monopolio della verità.

E finché non lo accetteremo, continueremo a girare in questo cerchio. Non esistono risposte facili. Ma forse il primo passo è smettere di cercare colpevoli e iniziare a cercare soluzioni. Insieme. Nonostante tutto.

Written By
Redazione

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *