Vadilonga Un altro pezzo dell’eccellenza d’Italia decide di andarsene
Luca Vadilonga, arbitro tre stelle IBA e fiore all’occhiello della boxe italiana, racconta la sua scelta in un momento di profonda frattura nello sport dei pugni
C’è un momento nella carriera di ogni atleta, allenatore o ufficiale di gara in cui la passione per lo sport si scontra con decisioni che vanno ben oltre il ring. Per Luca Vadilonga, uno dei migliori arbitri che l’Italia abbia mai prodotto, quel momento è arrivato in un freddo dicembre a Dubai, quando ha dovuto scegliere tra la fedeltà a un sistema e il futuro della sua carriera.
La sua è una storia di eccellenza: arbitro e giudice IBA 3 stelle con oltre 15 anni di esperienza a livello internazionale, premiato come miglior arbitro ai campionati mondiali IBA e per ben tre volte miglior arbitro degli europei EUBC. Un curriculum che fa invidia, costruito con dedizione e competenza su tutti i ring d’Europa e del mondo.
Eppure, oggi Vadilonga si trova nell’occhio del ciclone di una guerra fredda che sta lacerando il pugilato mondiale: quella tra IBA (International Boxing Association) e World Boxing, la nuova federazione nata dalla frattura con il Comitato Olimpico Internazionale.
La frattura italiana
Da luglio 2024, quando la Federazione Pugilistica Italiana ha deciso di passare sotto l’egida di World Boxing, per Vadilonga le porte si sono improvvisamente chiuse. “Non mi è mai stata offerta la possibilità di ufficiare in incontri organizzati da questa altra associazione”, racconta con amarezza, “cosa che peraltro avrei molto desiderato”. Non solo: l’esclusione si è estesa anche agli eventi nazionali in Italia.
Una punizione per chi? E soprattutto, per cosa? La risposta di Vadilonga è lucida e diretta: “Stiamo vivendo in un periodo dove tutte le decisioni, sia dal lato FPI ma anche dal lato di pugili, tecnici, arbitri, hanno un peso politico importante, ed il panorama pugilistico italiano ed internazionale in questo momento è molto confuso”.
La scelta di Dubai
Quando a dicembre IBA lo ha convocato per arbitrare ai campionati del mondo a Dubai, Vadilonga si è trovato di fronte a un bivio. Accettare significava andare contro la linea ufficiale della FPI, rifiutare avrebbe significato rinunciare a quello per cui aveva lavorato una vita intera.
Ha scelto di andare. E non per spirito di ribellione, ma per una visione più ampia dello sport che ama: “Ho deciso di accettare perché credo che solo sostenendo la collaborazione con entrambe le associazioni, IBA e WB, si possa ottenere la maggiore esposizione possibile a livello internazionale”, spiega, guardando anche al futuro: “anche in un’ottica di futura partecipazione alle Olimpiadi 2028”.
Un appello alla ragione
La riflessione di Vadilonga va oltre il suo caso personale. Con la lucidità di chi ha visto il pugilato da ogni angolazione possibile, lancia un appello che dovrebbe far riflettere tutti gli addetti ai lavori: “La divisione tra IBA e WB non giova a nessuno, sia in termini economici che anche, e soprattutto, a livello sportivo”.
Il suo pensiero corre ai giovani talenti italiani, a quei ragazzi che salgono sul ring con il sogno di diventare campioni: “Penso ai nostri pugili italiani, ai giovani talenti che hanno bisogno di fare esperienza e di acquisire visibilità su un panorama globale, senza distinzione di etichetta”.
La soluzione? “Non dovrebbe essere necessario scegliere tra IBA o WB”, afferma con convinzione Vadilonga, che conclude con un auspicio: “Spero che anche la FPI possa trovare un’apertura al dialogo e alla collaborazione con entrambe le associazioni”.
Un modello da seguire
Vadilonga nota come molte federazioni nazionali abbiano già trovato una via d’uscita pragmatica dal labirinto politico: “Pur essendo passate ufficialmente sotto WB, continuano a consentire ai loro pugili, tecnici e arbitri di lavorare anche con IBA”. Un compromesso intelligente che mette al centro lo sport e gli sportivi, non le sigle.
Mentre l’Italia perde un altro pezzo della sua eccellenza sportiva – costretta a guardar da lontano uno dei suoi migliori arbitri che lavora per federazioni “rivali” – la domanda sorge spontanea: chi vince davvero in questa guerra di acronimi? Di certo non la boxe, non i giovani pugili, non lo sport italiano.
Luca Vadilonga ha scelto di non scegliere, o meglio, di scegliere lo sport al di sopra della politica. Una lezione che, in tempi di divisioni sempre più profonde, suona come un campanello d’allarme per tutti coloro che hanno davvero a cuore il futuro del pugilato.