Steve Klaus tra guerra, Vaticano e grandi campioni del pugilato
Dopo i Giochi 1936, la FPI lo ingaggia per Tokyo 1940, annullati per la guerra. L’odissea di Steve Klaus nel periodo bellico. Rifugiato in Vaticano, si traveste da prete. Nel 1967 nella SIS e guida Loi, Mazzinghi, D’Agata, Bozzano, Bossi, Garbelli, Visentin e Lopopolo. Dove allestisce sfide impossibili come Loi-Ortiz. L’AIBA lo nomina consulente. L’addio nel 1992 a 89 anni.
Nel precedente articolo ho raccontato la mia assunzione al Corriere dello Sport e gli eventi successivi. Arrivando alle dimissioni di Steve Klaus dopo i Giochi di Melbourne 1956. Decisione forzata, causata dalla decisione della Commissione Tecnica di scegliere i titolari della squadra. Estromettendo di fatto Steve Klaus l’allenatore, che pure aveva conquistato nel giro di due edizioni (Londra 1948 ed Helsinki 1952) ori, argenti e bronzi. Un bilancio ottimale ripagato con ingratitudine. Adesso facciamo un passo indietro e torniamo al 1937, quando Klaus inizia la collaborazione con la FPI. Il traguardo è Tokyo 1940. Il debutto avviene come osservatore della squadra a New York il 9 giugno 1937, dove combatte anche Natalino Rea, non ancora ventenne, campione italiano nei leggeri da due stagioni. Il pugile romano batte Lewis. La sfida finisce 10-10 e da quel momento Klaus diventa l’allenatore dell’Italia. I confronti internazionali sono molti, compresi gli europei nel 1939 a Dublino, giunti alla sesta edizione. L’Italia vince con Ulderico Sergo e Luigi Musina, argento a Nemesio Lazzari e bronzo conquistato da Guido Nardecchia, battendo il finnico Olli Lehtinen nella finalina. Rea ha praticamente fatto la squadra per Tokyo che comprende Nardecchia, Sergo, Cortonesi, Roberto Proietti, Binazzi, Bonadio, Musina e Lazzari, con fondate speranze di non tornare a mani vuote. Alla viglia dell’evento, il Giappone entra in conflitto al fianco della Germania, contro Francia e Inghilterra e poi gli USA. Saltano i Giochi e inizia la più sanguinosa guerra della storia. L’Italia prosegue l’attività. Klaus all’inizio del 1940, guida l’Europa contro gli USA, con quattro azzurri in squadra: Nardecchia, Sergo e Peyre vincitori, Cortonesi sconfitto. Nel frattempo Germania e Giappone entrano in guerra contro gli USA che vietano ai propri cittadini di andare in Europa. Klaus ha la nazionalità americana, quindi non potrebbe imbancarsi, ma la famiglia è tutta a Roma. Al porto di New York, accompagna la squadra come visitatore, si infila nella cabina del conte Girardo Leonardi, capo delegazione azzurro. Viaggia da clandestino per oltre metà viaggio, poi viene avvisato il comandante, che non ha difficoltà ad inserirlo con la squadra. Non solo, all’arrivo a Napoli, lo fa scendere come parte dell’equipaggio, dove lo attende una vettura diretta velocemente a Roma. Adesso si presenta la situazione opposta, quella di riportare la famiglia negli USA. Mussolini il 10 giugno 1940 annuncia l’entrata in guerra dell’Italia, al fianco di Germania e Giappone. La situazione è drammatica ma grazie all’amicizia con il terzogenito di Benito, Bruno Mussolini, presidente della federboxe, ottiene il visto per tornare negli USA. Il primo settembre 1939 la Germania invade la Polonia e pochi giorni dopo Francia e Gran Bretagna entrano in guerra a difesa della Polonia. Usa e Italia al momento sono nazioni neutrali. Ma Steve è informato che la situazione è in rapida evoluzione e sul finire del 1941 decide di tornare negli USA. Purtroppo alla vigilia dell’imbarco un ascesso alla gamba destra della figlia più piccola fa rinviare il previsto ritorno. In attesa della prossima partenza del piroscafo, l’8 dicembre gli Stati Uniti dichiarano guerra al Giappone, che il giorno prima aveva attaccato la base di Pearl Harbur nelle Hawaii, dove si trovava la flotta americana, che subì perdite gravissime e causò la morte di 2400 vittime. Steve cittadino americano diventa un nemico. Chiama Bruno Mussolini Presidente della Federazione Pugilistica Italiana, che gli propose di prendere la nazionalità italiana. Steve rifiuta. Lo trasferiscono a Ferrara, dove allena la squadra locale, mentre la Federboxe continua a stipendiarlo regolarmente, figurando come allenatore dell’Italia ruolo che mantiene a tempo indeterminato. Il problema arriva improvvisamente l’8 settembre, quando l’Italia firma l’armistizio segreto che segna la fine dell’alleanza con la Germania nazista. Che a Roma ha ancora forze attive che vanno alla caccia degli italiani che hanno creato la Resistenza. Klaus è in grave pericolo. A salvarlo è Gigi Proietti, il popolare procuratore romano, che va a prenderlo a Ferrara e lo porta a Roma e poi grazie ad un suo fratello le mette al sicuro, facendolo entrare in Vaticano. Riprendo quanto scrive Dominici: “Un fratello di Gigi, lavorava alla Propaganda Fide e guidava il camion delle provviste alimentari. Lo prelevò nascondendolo nel cestone del pane. In Vaticano stentavano a credere si trattasse di un americano. Poi l’accettarono, dove erano rifugiati molti politici antifascisti. Qualche tempo dopo uno strano sacerdote passeggiava per Roma, e sotto la tonaca teneva una pistola e il compito di tenere i contatti con le forze USA in arrivo nella capitale, mentre i tedeschi erano in rotta. Steve era diventato maggiore dell’esercito, collocato nei servizi segreti”. Klaus è direttore del Rest Center al Foro Italico, centro di riposo per i soldati americani, ma non dimentica quegli italiani che a Ferrara lo avevano protetto dai tedeschi. Carica un camion con derrate alimentari e lo porta da loro, alleviando così le difficoltà dell’immediato dopoguerra. Viene nominato responsabile dei collegamenti tra il Comando Alleato ed i settori sportivi. Avendo notato strane manovre attorno al CONI, fece issare un cartello all’ingresso: Requisito. Rivolgersi alla sezione Sport e Spettacolo delle Forze Alleate. Favorevole alla candidatura di Giulio Onesti alla presidenza. A quel punto riteneva che il compito in Italia fosse finito. Manda la moglie e la figlia a New York, per ricostruire l’ambiente famigliare. Ma non ha fatto i conti proprio con Onesti che lo convince a riprendere il ruolo che aveva iniziato nel 1937, facendo tornare la famiglia a Roma, che divenne la sede definitiva. Importante fu anche il rientro di Edoardo Mazzia come segretario della FPI e il conte Francesco di Campello alla presidenza che mantiene fino al 1958. Quando passa l’incarico a Natalino Rea, ha parole di grande apprezzamento per l’allievo: “E’ stato con me dal 1937, prima come azzurro, dal 1940 come mio vice. Un giovane pieno di rispetto e attenzioni nei miei riguardi. Ma anche un allenatore intelligente, che capitalizzava nel modo migliore l’esperienza degli anni col sottoscritto. Sarà un mio degno sostituto”. Il nuovo responsabile ha 40 anni e resterà nel ruolo fino al 1979. Steve nel 1957 inizia la collaborazione con la SIS la più importante organizzazione di pugilato in Italia che faceva riferimento a Vittorio Strumolo in simbiosi con la scuderia di Giovanni Busacca di cui diventa socio e il ruolo di match-maker. Ritrova Duilio Loi, che nel 1947 aveva convocato in nazionale. La scuderia si avvale di uno sponsor come Giovanni Borghi, il fondatore della Ignis, che produceva frigoriferi venduti in tutto il mondo. Celebre la frase: “Borghi è capace di vendere i suoi frigo agli esquimesi”. Fa costruire un centro sportivo a Comerio nel varesotto, sede ideale per gli allenamenti dei pugili Ignis. Una scuderia di campioni con Duilio Loi, Sandro Mazzinghi, Mario D’Agata, Sandro Lopopolo, Piero Del Papa, Italo Scortichini, Bruno e Plinio Scarabellin, Mino Bozzano, Federico Scarponi, Carmelo Bossi, Giancarlo Garbelli e molti altri. In quel periodo allestì sfide impossibili, come la rivincita tra Loi e Carlos Ortiz, che permise all’italiano una vittoria storica. Nel 1968 diventa direttore del Centro nazionale insegnanti di pugilato a Porto Recanati (Marche) dove vengono preparate le nazionali azzurre e non solo. L’Aiba lo nomina consulente per tutto il mondo. Le sue consulenze arrivano in tutto il mondo Le sue numerose pubblicazioni sono state tradotte e inserite quali testi per tutti gli aspiranti allenatori di pugilato. Alcune sue proposte. l’adozione di guantoni senza lacci e mascherine imbottite in sostituzione del casco protettivo restano al vaglio delle sigle. Definito “il papà del pugilato italiano”. Si è spento nel 1992 a 88 anni, nella sua casa a Roma. Ci sarebbe ancora moltissimo da dire su Steve Klaus, ma quello che volevo mettere in risalto era l’spetto del maestro della noble art, lasciando il ruolo alla guida dell’Italia ad un allievo di valore come Natalino Rea, dopo anni di apprendistato. Ovvero maestri di pugilato non ci si inventa. In Italia abbiamo ottimi maestri anche se non più giovanissimi, che comunque svolgono il loro lavoro con profitto. La storia di Natalino Rea, sarà l’argomento del prossimo articolo, al quale seguirà quella di Franco Falcinelli l’ultimo dei grandi maestri. Dopo il vuoto. Oggi purtroppo, siamo al profondo rosso.
Giuliano Orlando